martedì 24 gennaio 2017

Da 1000 a 4000 battute spazi inclusi Adele (dedicato)

La casa calda, il caminetto acceso, la fiamma che s'allunga su per la cappa, la legna che lentamente brucia. Il paradiso, la serenità, il massimo insperato, dopo mesi trascorsi nella paura, nel gelo, con la neve che copriva i cartelli stradali, con le strade inagibili,con il silenzio, il silenzio dell’abbandono.

Gli cadevano gli occhiali dal naso ad Adele, era un continuo riposizionarli, ma questi inevitabilmente scendevano, fino a cadere in terra, se lei si piegava di scatto senza reggerli. "Tutta colpa di questa montatura vecchiotta, vecchiotta quanto me"-Adele sorridendo, si diceva- Le stanghette si erano allargate e anche la forma dell'occhiale non era più dritta, guardandosi allo specchio si notava bene. Unico punto a loro favore: le lenti, infrangibili, sempre della gradazione giusta per i suoi occhi. “Ne vale la pena Adele, io non ne farei un paio nuovi, basta rimetterli in forma, ripulirli, le lenti sono buone, risistemarli non ti costerà mai quanto farli nuovi.” E con questo consiglio/affermazione dell’amico fraterno e ottico di fiducia, Ernesto, Adele aveva definitivamente riposto l’idea di mandarli in pensione. 
“Domani passo e aspetto che tu li sistemi, Ernesto." Ma quel domani, non era mai avvenuto.

Per Adele tre stanze, un piccolo appartamento in uno dei paesi vicino al suo, ma miracolato dal sisma, messo con generosità a disposizione da Emma e Franco, due coniugi toscani, che durante una vacanza molti anni prima, s'innamorarono all'unisono di quel paese di alto piano, con le vette a un passo da andarci in un’ora, con le passeggiate da farsi sui crinali, o nella valle, per tempo e chilometri che fiato e gambe, a seconda della giornata, permettevano.

Dopo le prime settimane di caos fisico e mentale, di panico che non mollava, di rassegnazione che non voleva subentrare alla rabbia, Adele aveva trovato una sola ragione per darsene ancora una: leggere pagine ai suoi compagni di sventura.
Quando Alessandro, uno dei primi vigili del fuoco presenti in quell’alba di macerie, l’aveva accompagnata dentro casa perché prendesse, nei pochi minuti concessi, qualche effetto personale, qualche ricordo, qualcosa che solo per lei contasse, Adele già sapeva: libri. E non le fu difficile trovarli. Appena Alessandro, con l’aiuto di un collega, ebbe forzato un poco la porta per entrare, il pavimento dell’ingresso ne era cosparso. La grande libreria, posta proprio nella parete davanti alla porta, era venuta giù, tutta intera, con il suo contenuto. In mezzo a quella disperazione di dimora violata, Adele non ebbe dubbi, non ebbe ripensamenti, né rimpianti. Delle due valige ricevute al campo, una la riempì di libri. Raccolse i migliori, o almeno quelli che alla prima occhiata così le sembrarono, alcuni li riconobbe dalla copertina, altri ci soffiò sopra per togliere il grosso della polvere, altri ancora li raccolse perché questi, a lei, si consegnavano. Il vigile del fuoco, davanti a quella donna tanto anziana quanto determinata, che senza proferire parola, senza un attimo di smarrimento, riempiva la valigia di parole, non provò a dirle che forse avrebbe dovuto, che forse sarebbe stato meglio se…Con lei si chinò, con lei raccolse.

“Adele, la nonna lettora dei terremotati”, titolarono le pagine dei giornali, con enfasi e ridondanza, scrissero gli articoli. Lei, per quel suo fare con naturalezza fatto, non avrebbe voluto.

Chi l’ha ascoltata, con lei ha riso, ha pianto, è rimasto con lei dentro quegli attimi silenziosi che accompagnano la fine di una storia narrata, dentro quel lasso di tempo che la realtà allontana, che l’immaginario, a volte vitale, avvicina. Chi ha vissuto Adele per quel tempo che lei gli ha dedicato, tace, socchiude gli occhi, risente la sua voce: nelle orecchie, nel cuore, nell’anima.
La casa calda, il caminetto acceso, la fiamma che s'allunga su per la cappa, la legna che lentamente brucia. Il paradiso, la serenità, il massimo insperato, dopo mesi trascorsi nella paura, nel gelo, con la neve che copriva i cartelli stradali, con le strade inagibili,con il silenzio, il silenzio dell’abbandono. 

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Impressioni in penna... Elettrocardiogramma di Leonardo Capuano

Le mie “impressioni in penna” nascono dal desiderio di far migrare nella scrittura, quello che l’anima ha visto, digerito, rielaborato. Perché a modo mio resti… 


Caro Signor Leonardo,
 

tirare fuori dal mio involucro queste "impressioni in penna”sul suo spettacolo, non è cosa facile. Da dove partire, che linea seguire, che sentito e trasmesso ascoltare?...Non lo so, forse dal fondo, da finale, da quell’attesa che resta in sospeso per un elettrocardiogramma che s’ha da fare? Oppure da meno della metà, quando il suo Lui consegna alla sua Lei, una delle più struggenti dichiarazioni d’amore ascoltata, una poesia in prosa, un atto d’amore in parole, che avrei voluto non finisse mai, che avrei voluto avesse dopo, una lunga pausa teatrale, che avrei voluto che lei, Signor Leonardo, ripetesse e ripetesse, così da piangerci un poco sopra, perché non ho avuto il tempo sufficiente per farlo, da piangerci di bellezza. “…Vorrei essere liquido, lacrima, così da poter evaporare…” Vede già mi sfuggono le parole precise, ma non mi sfugge l’emozione provata e che ancora dentro sento. Forse è stato proprio da quel momento preciso Signor Leonardo, che sono entrata nella sua storia, nel suo racconto non racconto, nel suo andare e venire da un luogo all’altro, da un tempo a quello dopo per tornare in quello prima. Insomma ecco le ho voluto bene, o meglio ne ho voluto a tutti quei Lei in lei racchiusi, portati con una maestria istrionica, sulle tavole del palcoscenico. Maestria che di rado s’incontra. Certo il suo elettrocardiogramma non è di facile “lettura”, c’è da ragionarci parecchio se si vuole, da rimuginarci anche di più dopo, per provare, tentare di spiegarselo. Intorno a me tanti ridevano, ridevano di gusto. Mi perdoni Signor Leonardo, ma io sono riuscita solo un poco a sorridermi dentro, sa quel sorridere amaro che chiama la tenerezza a venirgli in soccorso? Ecco, quello. E allora mi sono persa col mio volto serioso nel suo mutante, senza tregua, senza resa, immergendomi in quel caos di pensieri, di corpi, di espressioni, che sembravano non sapere il dove, il quando, il fine, sapendolo invece benissimo. Il medicinale che ogni cosa rimette al suo posto. Che pezzo meraviglioso Signor Leonardo! La ricerca dell’eterno equilibrio, per via di quella necessità, di quel dovuto sociale che ci vuole e ci impone sempre presenti a noi stessi, così in equilibrio equilibrati, senza sbavature ed eccessi, senza MALINCONIA. E allora la gamba va, vive, si muove, anche se il resto vorrebbe fermezza. Mi fermo, ho catturato su carta virtuale solo un frammento del tutto suo detto, trasmesso con forza, testa e cuore.
La ringrazio Signor Leonardo, spero di rivederla presto, o meglio, spero di “risentirla” presto.
Un saluto
Giovanna 

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martedì 17 gennaio 2017

Pit Stop In sospeso

Giornate sospese, tra gelo che impera, vento che sconquassa e l'attesa per una neve che invece latita.
Anche i pensieri e le cose che andrebbero fatte, stanno in sospeso. E' un vero peccato ma capita, e negli anni ho imparato ad assecondare, mettermi contro in fondo danneggia solo me.
Bisogna scavallare gennaio, mese di propositi, troppi, di attese rimandate, di peso da perdere, di novità messe in cantiere a dicembre, destinate con intento, non mantenuto, al primo mese dell'anno, lungo più degli altri, anche se di medesimi giorni confezionato. Febbraio è corto ma già salubre, di tutto questo cantiere che fermenta ma non parte. Tutte scuse, son tutte scuse, scuse per rimandare il più volte pensato e poi, mai, fatto. Una faccenduola che negli anni si ripete, cade ciclica, riporta parole già dette, anzi scritte. Scommetto che se vado a ritroso negli anni qui sul blog, ritrovo tutto, pari, pari. Sorvolo e passo, continuo il mio rimuginare d'inverno.
"Aspetto il disgelo, arriverà in volo..." Lo scrissi un po' di tempo fa per augurio su una foto. Sto sempre aspettando, si vede che l'uccellino che lo doveva portare o ha perso la strada o non ha mai lasciato il nido.
Che ore sono? L'ora di andare. C'è sempre un ora in cui si va, da cui si viene, non credo vi sia alternativa.
Così, vado. 

 

giovedì 12 gennaio 2017

Impressioni in penna Bastardi in TV di Maurizio De Giovanni

Le mie “impressioni in penna” nascono dal desiderio di far migrare nella scrittura, quello che l’anima ha visto, digerito, rielaborato. Perché a modo mio resti…

La trasposizione da letteratura a cinematografia, mi lascia sempre quel certo non so che che spiegar non so… Comune a molti credo.  Per via di quel vedere, quel sentire, immaginare, i personaggi in sentimenti, in volume di voce, di sguardi proiettati verso un dove, di espressioni che si perdono in un cosa, insomma leggerli resta sempre il miglior modo per ognuno di noi di interpretarli. Però ( e metto pausa dopo però per dargli forza), devo ammettere che questi bastardi di Maurizo in ficton, fanno la loro gran bella figura( volevo scrivere p….ca, ma nunè cosa), confermandomi, se non in toto, gran parte dell’immaginario immaginato. Una Napoli colorata, non come quella spesso truce di Ricciardi o quanto meno in bianco e nero, come mi viene di vederla immergendomi nell’atmosfera ricciardiana. Una Napoli che non rinnega le sue magagne e le sue deficienze, ma che finalmente esplode anche in  bellezza, perché Napoli  E' BELLA!
Un azzeccatissimo cast e non partendo da Gassman, ma da tutto quello stuolo di attori madrelingua che “rendono” e trasmettono bene, l’indole partenopea, che intender non la può chi non lo è. Nota ironica sul medesimo: una succursale di prestigio di Un posto al sole, unica soap che con affetto immutato seguo da una cifra di anni.
Di Alessandro Gassman che dire? Per me bravo e che la sua  bravura in questa ennesima prova conferma. Mai eccedente, mai protagonista, un tutt’uno con gli altri, un assolo al bisogno. Qualcuno gli contesta il non accento siciliano,io sinceramente no. In fondo leggendo sia Lo Iacono che Ricciardi, mi risuonano neutri d'accento nelle orecchie, come punto di piacevole distinzione dal resto. E poi l’imitazione di un dialetto, di una cadenza, non è pane per tutti e se deve essere maccheronica meglio lasciar perdere. O no?.
Pizzofalcone, i suoi bastardi, funzionano oltre le pagine, raccontandoci storie attraversando le proprie, senza eccessi, senza sensazionalismi, provando a consegnarsi con l’identica umanità con cui, il suo autore, il suo mentore, li ha scritti. 

Ora però torno a leggere. Che per me resta sempre la cosa migliore.


ps: e un Ricciardi in pellicola  quando?...
:)

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