martedì 24 ottobre 2017

Da 1000 a 4000 battute spazi inclusi Gloria



Le venne in mente che, forse, non era poi così male. Si, le venne in mente, perché quando a non essere così male non ci si crede, bisogna ti venga n mente. E a Gloria venne.

Non ci fu bisogno dello specchio, né di guardarsi come quando ci mettiamo qualcosa di nuovo, oppure controlliamo di non avere macchie sulla maglia, sulla camicia, sui pantaloni, insomma su quello che si ha addosso. In quel momento non seppe ma decise che, forse, non era così male. Le mancava di togliere quel forse ma forse era ancora presto per farlo e decise di prendersi del tempo per toglierlo. Intano lo tenne, come sicurezza, come scaramanzia. 
Alle 18:40 di un autunno già in corso da quasi due mesi, era già buio. A Gloria quel tempo che sta tra l’estate andante e l’inverno arrivante, piaceva: c’erano colori aranciati in cielo, c’era alternanza di temperatura tra il mattino, il mezzo del giorno e l’imbrunire. Nelle alternanze Gloria ci stava bene, lei aveva sempre alternato qualcosa: lavori, amicizie, sentimento. Alternare il lavoro era stato un problema, non è che quando lo mollava poi lo ritrovava dove lo aveva lasciato, quindi più che di alternanza, si era trattato di una serie di cambiamenti, di cui non si vedeva fine.  Con il resto elencato invece, aveva avuto più fortuna , le amicizie vere sapevano attendere il suo andare e tornare e l’amore, l’unico, in verità, si era assoggettato con incondizionato affetto, a quel suo amarlo di più, di meno.
 Mi viene strano scrivere di Gloria, le parole mi si ripetono e i concetti pure. Ho innescato un gioco in scrittura. 
Gloria sta entrando qui, dove di lei racconto senza permesso.
Sospendo. 



martedì 10 ottobre 2017

Pit Stop Tempo






Nel tempo ho imparato a trascorrere il mio tempo. Più spesso di un prima andante in passato, metto me davanti al tempo che mi interessa trascorrere per me. Momenti di sano egoismo, brevi, fugaci attacchi, solo qualche volta programmati, ma che fanno la differenza del mio tempo. La famiglia oramai è tutta grande e ogni suo componente ha il diritto di fare altrettanto. Il mio consiglio è di farlo diventare un dovere. Quando si prende spazio per l’io, miglioriamo nel rapporto con il noi. Non tutti recepiscono il messaggio allo stesso modo, non tutti apprezzano questa sopraggiunta saggezza data dal tempo che incalza, molti lo riducono a uno scontato “ pensa solo sé”, senza provare a capire la fatica che c’è dietro a questa egoistica concessione costruita. 

In ottobre di solito staziono nel mio tempo: si ferma il lavoro stagionale, attendo la ripresa di quello invernale, che si modifica di anno in anno, che aumenta o diminuisce a seconda della proposta. 
E quella sensazione di non sapere quel che di me fare, si rinnova. 
Ma oggi che sono 53, vorrei impegnarmi a prendere atto che questa sensazione rimarrà tale nel tempo, andando avanti comunque. 

Appena finisce la notte, qualcosa m’inventerò





lunedì 9 ottobre 2017

Pit Stop Andate a cena




Ci sono tramonti da innamorarsi, in questo ottobre partito freddo, tiepido ora degli ultimi raggi d’estate da poco conclusa. Se avessi voglia, metterei le scarpe da camminata svelta, la felpa in vita per quando si fa sera e andrei, a passeggio tra queste mie parti campagnole, a vedere viti spoglie, olivi in attesa di essere brucati, orti d’inverno, campi da rimettere a nuovo. Ma non ne ho, e allora rivedo e risento a memoria paesaggi e odori, giustificandomi sotto gli impegni, le cose di casa arretrate, il lavoro in qua e in là che porta via tempo. 

Torneranno i prati, è anche il titolo di un film che ho scaricato ma che ancora non ho visto. Credo che il titolo voglia significare molto altro di quello che adesso io intendo, ma in fondo le parole uno se le misura come vuole, se ne serve, le mette via.

La pausa è finita, andate a cena.


Foto di Marco Galeotti 


venerdì 6 ottobre 2017

Pit Stop Quelle cose, a volte...





Percorro la via di Roveta, ancora due curve e sarò in piazza Kennedy, alle porte di Scandicci. Vado piano e poi quella donna anziana che cammina sul ciglio e guarda la strada e mi ferma con la mano. Rallento, apro il finestrino lato passeggero, domando:
Signora ha bisogno?
Si, ho perso l’autobus, non ci si capisce nulla con questi orari, doveva passare alle quattro e invece è passato prima e alle cinque il cimitero chiude.
Io vado a Scandicci, se vuole salga, mi dice lei dove lasciarla.
Grazie davvero.
Sale.
Si metta la cintura per favore, sa è una responsabilità…Dov’è il cimitero a Scandicci? Lo sa che non lo so?
Non conosce Scandicci?
Ci sta la mia mamma, però va a finire che i giri che faccio son sempre gli stessi e tutto non conosco. Vicino alla chiesa di Santa Maria…
Mi dispiace, non conosco nemmeno quella, ma se mi dà le indicazioni la porto a destinazione.
La strada che resta per arrivare al cimitero è breve. 
Giri qui a destra, vada fino in fondo, ecco il cimitero è lì.
Non c’ero masi stata, s’impara sempre qualcosa.
Sa, mio marito è morto da quindici giorni, sessantasette anni insieme, avevo tredici anni…
Siamo arrivate, ancora non scende, lascio che racconti, intervengo.
Signora, non venga tutti i giorni al cimitero, mi creda non c’è bisogno, con le persone care si può parlarci anche da casa, io lo faccio tutte le mattine con mio padre e sono più di trenta anni che è morto.
Non risponde, accenna un sorriso, prosegue inseguendo il suo perché.
Vede, gli ho portato i fiori…
Ma lei non è toscana vero?
No, sono veneta
Ah “zzz’è veneta” dico con inflessione.
Sono di Trieste, di Pola per essere precisi
Trieste, bellissima, ci ha fatto il militare mio marito, a Villa Opicina per essere precisi.
A Pola c’è mai stata?
No, Pola mi manca.
Ho la casa grande a Pola, tre camere da letto, se viene la ospito.
Grazie, troppo gentile davvero. Ma ora vada che alle cinque chiudono. Ma per tornare?
Passa mio figlio quando esce dal lavoro, verso le sei.
Ah va bene. E mi dia retta, non venga tutti i giorni al cimitero, non ce n'è bisogno…
Grazie Signora, grazie per avermi accompagnato.
Ma si figuri.
Giri lì a sinistra e si ritrova da dove siamo arrivate.
Arrivederci e grazie ancora
Arrivederci Signora.


Quelle cose, a volte...


sabato 30 settembre 2017

Pit Stop Parole, silenzio e viceversa



Trovare le parole: per dire, non dire, raccontare, riportare, commentare, riflettere. Le parole sono importanti, è bene non dimenticarlo mai. Alcune ti arrivano addosso come una doccia gelata, altre ti scaldano la pelle, altre ancora ti incendiano di rosso o ti abbattono di nero. Si trattengono le parole a volte, che farle uscire mette dolore tra i nervi e le ossa. E allora al rumore delle parole si preferisce quello del silenzio, che fa rumore anche lui, più forte delle parole a volte. 
Settembre dice fine, domani si gira la pagina del calendario. Si annoteranno altri impegni, si farà mente locale a programmi già fatti se ci sono, si faranno programmi su date a venire volendo. Oppure, si aspetteranno semplicemente gli eventi sui giorni in successione, perché per ora va bene così e altro non si sa o non ci va di sapere e programmare. 


“Dopo la tempesta viene il sereno, spunta in cielo l’arcobaleno…” 
  Mi pare dicesse così una poesia per sempre.




martedì 26 settembre 2017

Impressioni in penna... In arte Nino



Le mie impressioni in penna nascono dal desiderio di far migrare nella scrittura, quello che l'anima ha visto, digerito, rielaborato. Perchè a modo mio resti...



Elio Germano non delude mai. Lui non esiste più quando fa esistere un altro E così è stato anche ieri sera per "In arte Nino". Nino Manfredi era lì, con noi, presente, in fisicità, voce, accento, gesto, espressione, Con quel suo camminare quasi fosse a un palmo da terra, con quella postura un poco storta, con il collo piegato da un lato e quel mezzo sorriso anche nel peggio. Elio non c’era, Nino si. Ha ragiona Luca Manfredi quando dice che se non fosse stato Elio ad interpretare suo padre, il film sarebbe rimasto in un cassetto. Impossibile dargli torto, non poteva essere altrimenti. Elio Germano, ci consegna la leggerezza dell’uomo Saturnino, prima di quella dell’attore Nino. Un’interpretazione unica, senza sbavature, in cui mai sovrasta il personaggio, ma "è" personaggio. Elio Germano possiede la capacità camaleontica dei grandi, sa essere per far vivere, in questo caso ri vivere. Domani sarà altro e dopo domani un altro ancora. 

Mestiere di vero attore.


giovedì 14 settembre 2017

Da 1000 a 4000 battute spazi inclusi Corto per de Giovanni e il suo Ricciardi



Eppure quell'odore di sugo, quelle donne che si scambiavano ricette antiche per il pranzo di festa prossimo, lo riportarono al passato.

"Il passato mi irrompe dentro"- pensò, chiudendo un poco gli occhi, serrando la mandibola, digrignando i denti- 
Una tavola apparecchiata con il servito buono, la zuppiera di porcellana di Caserta fumante di maccheroni, con la "cucchiaia" appoggiata sul manico. Non sarebbe stata domenica, non sarebbe stato pranzo, senza quel sugo, rosso di pomodoro, carico di macinata tagliata grossa, che con i maccheroni rigati s'imparentava. Non sarebbe stata domenica senza di lui lavato, pettinato, profumato di borotalco, in attesa che il padre Alfonso, per primo prendesse posto a capotavola, mettesse il tovagliolo dentro il collo della camicia, gli facesse cenno battendosi la mano sul ginocchio, di andargli in braccio. 
"Mammà servi, che qui teniamo fame!" 
Con l'amore nel passo e nello sguardo, consumato solo qualche ore prima, mamma Elvira serviva. 

Un quadro, un'immagine precisa, netta, senza nessuna sbavatura: 
Questo era il passato che dentro, ora, gli irrompe.


mercoledì 13 settembre 2017

Impressioni in penna... Siate ribelli, praticate gentilezza di Saverio Tommasi



Le mie impressioni in penna nascono dal desiderio di far migrare nella scrittura, quello che l'anima ha visto, digerito, rielaborato. Perchè a modo mio resti...


Caro Saverio, oggi mi son praticata la gentilezza di passare il pomeriggio a leggerti. Anche questa è una ribellione: al lavoro al pc che aspetta, ai panni da stendere, a quelli da stirare, a gli impegni fuori casa rimandati e persino alle telefonate di rito a mia madre, che, ahimè, va monitorata da lontano. Praticare ribellione per farsi gentilezza… Che meraviglia! Come vedi le parole e i concetti, uno li adatta alla sua pelle. Ti ho letto pensando a te che ti leggevi, con il volto sorridente che hai nei tuoi video, qualsiasi sia l’argomento trattato, con la voce “tonda”, con la velocità ma ca den za ta, che ti contraddistingue quando parli . Ho durato un po’ ehhh… poi son tornata in Giovanna, e come Giovanna ho proseguito. Caro Saverio, questa ripetuta paura della morte, mi fa tenerezza. Anche io ci penso spesso, non è tanto l’invecchiare che mi preoccupa ( e sono già un pezzo in là rispetto a te), ma come la morte mi troverà e se ciò che più o meno avevo messo in conto di fare, sarò riuscita a farlo. Ma si dai, invecchieremo e bene ! Siamo di quelli che, ognuno a suo modo, han di dire e da fare, da seminare passione e…Però caro Saverio, questa cosa della paura di morire ti rende normale, ti rende umano, ti rende fragile. Tu che continuamente ti esponi, tu che stai sempre dalla parte del meno e del diverso, tu che rischi per diffondere un punto di vista dell’altro, SPECIALE. Caro Saverio, hanno fatto bene a proporti di scrivere questo libro, con questa modalità: lettera, diario aperto, testamento in vita, non credo che altrimenti tu lo avresti scritto. Forse mi sbaglio, ma la sensazione è questa. E invece pensa che regalo per Caterina e Margherita, trovare le parole del babbo da rileggere al bisogno, da risentire in orecchio e cuore, da rivedere nei ricordi. Ogni tanto anch'io a mia figlia scrivo lettere, gliele consegno persino su wap, (di nascosto le stampo e metto via), un po’ perché in questo modo non può contraddirmi, un po’ perché non sempre c’è il tempo per esprimere tutto quel tanto che uno vorrebbe consegnare di se di stesso. La mia “figliuola”, va i per 23, ma il giochino è sempre buono, almeno per me, per lei magari una rottura, ma chissà, magari col tempo, in un dopo, apprezzerà. Caro Saverio, a volte mi chiedo davvero come fai a portare avanti il tuo lavoro. No, sbaglio, volevo dire mi chiedo come fai a portarlo avanti nella maniera in cui lo porti e lo fai. Potrebbe essere per pochi e non per tutti e invece tu lo rendi per molti e per di più. Caro Saverio, a un certo punto nel libro c’è un passaggio che mi ha fatto venire in mente il testo di una canzone di Lucio Dalla: “…E una valigia in mano, con la bici da corsa e gli occhiali da sole…” Caro Saverio, non so cosa si aspettassero i lettori dal tuo libro, io non avevo aspettative particolari, se non quelle di ritrovarci te non in video e in audio ma in scrittura, così come il realtà ti ho trovato, semplice per i semplici e per i complicati. Cara Caterina, cara Margherita, che fortuna sfacciata! Il babbo racconta di se tramite voi, voi che sarete un po’ lui tramite i suoi racconti. Caro Saverio, continua a ribellarti, anche per chi non ha il coraggio di farlo, per chi non vede dove c’è da vedere, non sente dove c’è da sentire, perché possa provare a vedere e sentire dove non lo ha mai fatto. Caro Saverio, ti saluto e grazie. Il libro l’ho letto, le mie impressioni in penna te le ho scritte. Che dire?... Son contenta! 
Con stima e affetto


sabato 9 settembre 2017

Impressioni in penna... Palazzuolo sul Senio, il Museo delle Genti di Montagna

Le mie impressioni in penna nascono dal desiderio di far migrare nella scrittura, quello che l'anima ha visto, digerito, rielaborato. Perchè a modo mio resti...




Quanti anni sono che frequento Palazzuolo sul Senio?... Tanti. Troppi, se penso a quanti ne avevo la prima volta che vi ho soggiornato e quanti ne ho adesso…meglio sorvolare

Fu subito amore, io, fiorentina di nascita, che mai di questo paese in provincia di Firenze a dialetto romagnolo, avevo sentito parlare. Tutta colpa di un ragazzo diventato poi marito, che di cognome fa Galeotti, figlio di Guerrino, nipote di Vittorio, meglio conosciuto come Michele, che di Palazzuolo sul Senio all’inizio degli anni ’50, fu anche Sindaco. Michele e Dina, abitavano a Neviglio, con 13 figli, tanta miseria, tanta fatica, ma una dose esagerata di dignità e onestà. Sfollati a Firenze quasi alla fine del secondo conflitto mondiale, tornarono a Palazzuolo a PIEDI! Pur di riappropriarsi delle poche cose rimaste, pur di riprendere a vivere lì, dove tutto era cominciato.

Ad agosto del 1983, risale il mio primo soggiorno palazzolese, in tenda, al Campeggio Visano, quello del Baracani, ora diventato dopo diversi passaggi di mano, Camping la Sorgente. Ricordo, anzi ricordiamo, visto che fu la prima vacanza a due, che piovve quasi incessantemente tutta la settimana e questo, tra le altre cose che vi lascio immaginare, fu un ottimo motivo per tornarci.

Palazzuolo sul Senio, un gioiellino di montagna adagiato in una conca, circondato dai morbidi crinali dell’Appennino Tosco Emiliano. Che spettacolo quando il suo borgo medioevale si rianima di evo ogni anno, durante un weekend di luglio! Un tempo i weekend erano due, ma si sa le cose cambiano e non voglio entrare in merito.

Palazzuolo sul Senio, con il fiume a dividerlo, con le case affacciate sulle sue rive, con i germani che ancora ci sguazzano, con qualche canna e pescatore in speranzosa attesa e le famiglie con coperto e coperte, che a tempo buono si ritrovano sulle sue sponde.

Dopo la tenda, una figlia, ormai donna, un tot di anni in cui per nessun particolare motivo lo abbiamo abbandonato ma non dimenticato, un ritorno, proprio questa estate. Parcheggiamo il camper nel parcheggio a ridosso del bosco, davanti alla piscina comunale, altro luogo a misura di uomo, immersa nel verde, alternando camminate sui sentirei segnalati o segnalati un po’ memo, ( una volta ci siamo quasi persi, santo google maps installato sul cellulare, ci ha salvato), a giornate di relax in piscina, tra un libro, un bagno, un pisolino e incremento di abbronzatura di non guasta mai. Spesa in paese, formaggio del caseificio locale, caffettino, gelato e qualche sfizio se capita, durante “le vasche” serali, prima che il sonno abbia la meglio. Certo, non nascondo che una volta c’era molta più gente, che si faticava a trovare un tavolino ai bar per consumare, o si aveva l’imbarazzo della scelta per godere della cucina tipica. Ma in questo, non voglio entrare in merito.

Ebbene lo ammetto, lo ammettiamo: la visita al Museo delle Genti di Montagna ci mancava. Ma quest’anno abbiamo sopperito alla mancanza, dedicandogli una mezza mattinata per la conoscenza. Palazzo dei Capitani, location ad hoc, un percorso ben delineato, semplice ed esaustivo allo stesso tempo, racconta il paese, la sua gente, le sue difficoltà, ma soprattutto racconta la storia locale di un epoca, di un preciso territorio, cosa estremamente importante se si vuole tramandare e conservare la MEMORIA di un luogo oltre se stesso, oltre la sua trasformazione.

Così leggiamo, vediamo foto di volti antichi e oggetti di antichi mestieri, entrando in contatto, arricchendoci, come sempre avviene. L’Italia è ricca di paesi come Palazzuolo, di piccoli musei locali che tanto hanno e tanto danno, di realtà che con forza, costanza, nonostante lo spopolamento, provano a continuare a vivere, reinventarsi, rinnovarsi.

Noi, amanti di borghi e di storie da andare a scovare, non manchiamo mai, nel nostro girovagare quando ci è possibile, di soffermarci il più possibile all'interno di queste, per viverle nel loro quotidiano.

Museo delle Genti di Montagna, pensato, voluto, continuato, dal Signor Tonino Poli prima, dal Signor Alvaro Bernasconi poi, come mi dice, aiutandomi con i nomi e le info che mi sfuggono, il pazzuolese Luciano Grifoni.


Prossimo appuntamento: sagra dei marroni.

Restiamo in contatto sul gruppo Noi Palazzuolesi

ps: per chi per caso, avesse letto un po’ di tempo fa il racconto Rocca Montorsa, dedicato a Palazzuolo e alle feste medioevali…son sempre io.

Con affetto
Artigiana scrittora Giovanna
 
 
Palazzo dei Capitani foto di Marco Galeotti 

Museo delle Genti di Montagna foto di Marco Galeotti 

Museo delle Genti di Montagna foto di Maro Galeotti 

Museo delle Genti di Montagna foto di Marco Galeotti 

Museo delle Genti di Montagna foto di Marco Galeotti 









sabato 6 maggio 2017

Pit Stop Scrivere e riscrivere ( riflessione da un articolo di Luigi Maiello)




Scrivere nel tempo, rileggersi. Ritrovarsi spesso, far fatica a riconoscere che tutto ciò lo abbiamo scritto noi, in un "fa" andato. Succede, mi accade. Certe volte ritrovo pagine che avevo rimosso, salvo poi rimanere piacevolmente sorpresa, di averle scritte io. 
Altre ancora le rinnego, le rivolto, le....butto via! Si, ebbene si, ne sono capace: evidenzio, cancello. Dicono i fotografi veri, che si deve essere capaci di farlo anche con le fotografie: eliminarle. 
Che sia segno di tranquillità con se stessi e con il nostro modo di creare? Può darsi...
La cosa più emozionante in assoluto. è quando però mi rileggo e mi commuovo di nuovo, ancora, del mio operato, senza che nessuno mi veda mi beo. Ecco, quando capita questo, capisco che la scrittura è...il mio artigianato! Come il legno per il falegname o la stoffa per il sarto. 
Si scrive per essere letti, facciamocene una ragione. Quelli che sostengono che si scrive solo e soltanto per se stessi, mentono. L'inizio, la genesi, di ciò che si scaraventa sul foglio virtuale, può essere anche quella, ma il proseguo, vuole, esige, il lettore. Non a caso la rete pullula fin troppo di piattaforme, concorsi e concorsini, per aspiranti scribacchini vogliosi di essere letti. 
Riflessioni, diari messi in rete, racconti, incipit di ipotetici romanzi. Chiudere il cerchio? E perché mai?..Ognuno prosegua con la sua "immagine", il suo storellyng ( non ricordo mai se si scrive così) che in fondo, lasciare "segni" che altri interpretino e proseguano a loro sentire, significa essere entrati in altri panni: Sensazione stupenda...


Scrivere e riscrivere come in una rituale imperfezione

venerdì 5 maggio 2017

Pit Stop Come nelle favole



Come nelle favole, dice il testo dell’ultima fatica di Vasco Rossi. La vita non è una favola, nemmeno quando si ha la prosopopea di crederla tale. Farò una confessione:  chi sbandiera una gran felicità, mi sta sul… e altro non aggiungo. Come quelli che hanno tutte foto in cui sorridono a sessantaquattro denti. C’è una falsità di fondo. La felicità, ammesso che di questa parola se ne faccia un uso non improprio o se ne abusi, è fatta solo di attimi, di momenti, che magari nel momento stesso in cui si vivono, nemmeno ce ne rendiamo conto. E’ nel ricordo, nella memoria, che se ne ha la gradevole percezione, il gusto, il tatto. Solo rimembrando si prova la giusta emozione, si percepisce davvero e finalmente.
Per la tristezza è tutta un’altra cosa. Quella ti monta, ti smonta, ti allaga, ti accompagna , non ti molla. E quando uno dice scusa, mi son fatto prendere da un attimo di tristezza, mente. Lei resta, si annida, sopravvive.
Come nelle favole. Appunto son favole. Sistemate, adattate, dai finali che mutano a seconda dell’età a cui son rivolte. Anche della moda e del momento storico, risentono le favole. Stupidaggini? Può darsi. E’ il mio blog e dico quello che sento!
Scrivere serve a questo per me: scrivo quello che l’anima mi suggerisce, perché è di quelle precise parole, di quel preciso pensiero, che ho bisogno, qui e ora.
Dicono che l’arte e gli artisti, divennero tali, quando smisero di creare su commissione. Perché no, ci sta tutto. Sono vero nel mio fare quando sono libero di farlo nella maniera in cui per me sento.

Ma torniamo alle favole, alla felicità, alla vita.
Magari domani.



sabato 29 aprile 2017

Impressioni in penna... I giardini immaginari di Dominique Bollinger

Le mie impressioni in penna nascono dal desiderio di far migrare nella scrittura, quello che l'anima ha visto, digerito, rielaborato. Perchè a modo mio resti...



I giardini immaginari di Dominique sono piccoli dettagli resi grandi dalla sua grande sensibilità di fotografo. L’occhio cattura, l’obiettivo impressiona, l’animo restituisce. Un tutto unico, per tante opere d’arte in fotogramma. Una mostra “in cammino” questa ultima di Dominique Bollinger, perché nata proprio durante le sue camminate alla ricerca di…tra un passo e un paesaggio e incontrato, in quell’habitat, in mezzo a quei luoghi da cui oramai si è fatto piacevolmente e definitivamente, adottare. 

Per questa mostra Bollinger abbandona il bianco e nero e va in colore, sorprendendosi, sorprendendoci. Tinte accese, pastellate, monocromate, così che un sasso, un petalo, un ramo o le gocce di rugiada che tessono una ragnatela, si fanno elementi assoluti elementi per uno speciale racconto: quello del suo segreto, immaginario giardino. 

Che ognuno di noi, guardando il “suo”, il proprio trovi…


Copyright tutti i diritti riservati ©



"Mes jardins imaginaires" di Dominique Bollinger mostra fotografica

mercoledì 8 marzo 2017

Da 1000 a 4000 battute spazi inclusi Due valige


C’è odore di pranzo, la finestra è aperta a libro, la cappa aspirante sopra ai fornelli gira al massimo. Fa rumore, disturba il silenzio prima del rientro.
Marzo porta luce, le giornate allungano e il giardino di casa esposto a nord, s’illumina dei primi raggi di sole.

Celeste in cucina si muove piano, cadenza i passi. Conosce a memoria quanti ce ne sono dal piano cottura al frigo, dal frigo alla dispensa, dalla dispensa al lavello.
Andamento lento, per un solito tram tram quotidiano. Manciate di pensieri uguali ogni volta , lo accompagnano. Sul fornello grande ha messo la pentola con l’acqua per la pasta, alza il coperchio, aggiunge il sale. Oggi ha apparecchiato sul tavolo tondo di cristallo, quello dei pranzi importanti, delle ricorrenze, degli inviti. Sulla penisola in muratura dove lei e Paolo mangiano di solito, appoggerà le pietanze cucinate, il tagliere del pane, i piattini per il dolce e le tazzine da caffè. 
Oggi è’ mercoledì, giorno di spesa. In soggiorno le borse del supermercato stazionano piene del loro contenuto, ben oltre il dopo pranzo. Compito uggioso quello di riporre la spesa, ogni cosa ha il suo posto in posti diversi. Celeste a far spesa si perde: s’incanta davanti agli scaffali, agguanta e ripone svogliata la merce, la getta alla rinfusa nel carrello.
Nel soffritto sfrigolante aggiunge la polpa di pomodoro, gira con il mestolo di legno, abbassa la fiamma, aggiunge un pizzico il sale e 160 gr di spaghetti n°5. . Deve stare molto attenta che non scuociano, Paolo è esigente, mugugna tutto il pranzo se lo spaghetto è passato di cottura.
La chiave gira nella toppa, è lui che rientra, i tempi sono stati rispettati.

Marzo porta luce, le giornate allungano e il giardino di casa esposto a nord, s’illumina dei primi raggi di sole.
Nel bagagliaio dell’auto di Celeste, due valige. 



sabato 25 febbraio 2017

Pennellate di parole... Ballo



August Renoir 1876 Bal au Moulin de la Galette


Che giornata fu quella, anche oramai che la testa si è incurvata nelle spalle, la ricordo....

"Leggera, soave, sognatrice", cosi Gerard mi definì sussurrandomelo nell'orecchio. Mi feci rossa dal volto alle mani, sorrisi.
Tre mesi dopo saremmo fuggiti di notte, a bordo di un battello.
L'argento della Senna e Notre Dame alle spalle, furono gli unici nostri testimoni.