venerdì 23 gennaio 2015

Pennellate di parole... "Mirelle"




Il bar delle Folies-Bergère (Un bar aux Folies Bergère)Autore Edouard Manet 1881-1882 Courtauld Galery Londra

 "Mirelle"

Stringeva con forza il bancone del bar, quasi volesse con il palmo e la pressione delle dita stritolarlo. Un’espressione leggermente accigliata le dipingeva il giovane volto. Sembrava non pensare a nulla, non esserci. In quel luogo godereccio di luci e lustrini, di danze, di chiasso sguaiato, di aliti impastati di alcol, si ritrovavano uomini e dame, fanciulle bene, e in cerca di compagnia. Di quell’insieme di georgette, pizzi e velluti, tube lustre e papillon, sapeva riconoscerne di ognuno l’odore di appartenenza.
“Mirelle, Mirelle” -la chiamavano dai tavoli alzando la mano i clienti più affezionati- Lei alzava appena lo sguardo interrogandogli con gli occhi in attesa della comanda.
Ferma in quella posizione ritratta, l’altrove nel volto, le labbra serrate a contenere discorsi solo suoi.
“Champagne s’il vous plait!” ”- disse la voce suadente dell’uomo con baffi e cilindro giunto ora al banco.
Dita e palmi divenuti banchi per la stretta riacquistarono colore e un “Ouì Monsieur!” come un soffio tintinnante si levò dalle labbra…

 

Pit Stop "...in volo..."


"...in volo..."



Dobbiamo tenerci stretti. Allontanarsi rende fragili, mette distanza d’animo, vento tra i corpi, freddo nelle mani. Con il buio la stanchezza. La testa macina pensieri dal risveglio prosegue fino al sonno. Inutile provare a fermarne il moto. Assecondare, condividere, starci dentro. Ci appartiene. Un capogiro a cena consumata, un vuoto allo stomaco come se non fosse sazio. Una bevanda che rinfranchi, qualcosa di dolce che coccoli. Da giorni piedi freddi nelle scarpe, occhi meno in colore, meno espressivi. “...e sabato è domani…” dice una canzone del mio tempo. Giornate lunghe di chilometri in macchina, di faccende da evadere per forza. 
Vorrei ridere, illuminarmi in volto, lasciarmi andare in volo… 


sabato 17 gennaio 2015

Da 1000 a 4000 battute spazi inclusi "Battute"




"Battute"


Le dita iniziarono a battere veloce sui tasti, le lettere nere si susseguivano, senza curarsi della grammatica, della punteggiatura, degli inevitabili errori e refusi della prima stesura. Un fiume in piena, "quel" fiume "quelle" parole, come furono dette a suo tempo o solo immaginate, trattenute per non scoprirsi troppo, sedimentate a lungo quando avrebbero invece dovuto uscire subito dal pensato. Si fermò solo quando l'ultimo margine del foglio ne decretò la fine.
Ispirò una boccata, lasciò uscire piano il fumo dalla bocca, accompagnandolo con gli occhi seguendone la strada. Sulla pagina scritta che sembrava più una partitura musicale che l'abbozzo di un racconto, posò lo sguardo dopo, molto dopo, quasi non fosse cosa sua. Per istinto avrebbe desiderato con stizza appallottolare il foglio, gettarlo con altrettanta fuori dalla finestra aperta, in modo plateale, cinematografico, come spesso aveva visto fare e che sortiva sempre un grande effetto. Pochi minuti per rimettere a fuoco, per capire che non era ciò che voleva. Quel guazzabuglio di lettere, quell'arruffio di parole andanti in frasi sconnesse, lo intrigavano, doveva saperne di più: di se, di lei, della storia, la loro forse, o un'altra qualunque arrivata a fantasia. Il mozzicone della sigaretta andò con gli altri nel posacenere. Si riposizionò sulla sedia: spalle dritte, testa in assetto con le spalle. Appoggiò il foglio in scarabocchi alla sua sinistra, ne mise uno intonso nella macchina da scrivere. Riprese a battere i polpastrelli sui tasti, più lentamente ora, provando a decifrarsi dove già si "era scritto"...


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venerdì 16 gennaio 2015

Pit Stop...indotto! :)


Jacopo Chiostri scrive…

“Questo umile barattolo, di chissà quale provenienza, ha una storia: da sempre l'ho visto in casa pieno di caffè, stamani mi sono risoluto a vuotarlo (troppo ormai scortecciato, forse arrugginito) ma non lo butto, finirà in qualche scaffale, certo, se fossi Marcel P. chissà che pagine memorabili potrei scriverne, invece è solo uno dei tanti ricordi della mia 'recherche'.”

 
Indotta dalle sue parole così ho proseguito…
 
“Carabarattoli di famiglia…  


La colazione di quel mattino fu più lunga del solito. Si attardò al tavolo della cucina. Tra le mani la tazza di caffellatte caldo, davanti agli occhi la moka, il bricco del latte che emanava odore di liquido portato a bollitura, il barattolo del caffè, vuoto. Motivo dei quel suo attardarsi mattutino una serie di “ultimi”: ultimo cucchiaino di caffè contenuto nel barattolo andato in bevanda, ultimo passaggio di polvere scura dal barattolo al filtro della moka da uno, ultima volta che avrebbe riposto il barattolo dove solitamente stava. Dopo un’attenta, ponderata, sofferta osservazione dell’oggetto in questione, la decisione irrevocabile del suo pensionamento. Ammaccato nelle forme, arrugginito nel materiale, stinto nel colore, il barattolo sembrava implorarlo: “Riponimi, rammentami, dammi degna sepoltura tra gli affetti”. 
Nella sua testa fu caos. 
Gli sgomitavano i ricordi, si accavallavano le immagini. Unico protagonista di tutto quel turbinio di emozioni da tempo in deposito, il barattolo di caffè. 
Buttò l’occhio all’orologio appeso alla parete sopra al frigorifero. Un veloce ripasso a memoria delle urgenze della giornata. Non ne trovò. 
La colazione finita e la saga di “ultimi” rimasero sul tavolo. 
Il caos andò in ordine sul foglio.



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Il barattolo di caffè di Jacopo Chiostri


sabato 10 gennaio 2015

Da 1000 a 4000 battute spazi inclusi "Geometrie della vita..."



"Geometrie della vita..."



L’occhio appoggiato all’obiettivo, il dito a sfiorare il pulsante di scatto della sua Nikon. Momenti rubati al giorno, alla notte, da impressionare oggi per rivederli domani e dopo domani ancora. Tommaso tratteneva il tempo in un fotogramma, così da farne storia, da affidarlo alla memoria. 
Dove c’era luce lui l’acchiappava, la fermava con il cuore, si beava nel rivederla in stampa, gli sollevava l’animo nel momento del bisogno. 
Quel giorno era autunno, o primavera in transito, oppure inverno che ancora non vuole lasciare entrambi. 
Si distaccò dagli affetti, lasciò che andassero, nei loro passi lenti, nei discorsi da passeggiata domenicale. 
Attese. 
Non perché si mettessero in posa, ma per quell’attimo preciso che aveva in mente, che avrebbe voluto poi rivedere in solitudine. 
C'era tutto, o quasi. Di certo ciò che il suo qui reclamava. 

Geometrie della vita, seguono il loro disegno, tracciano linee, mettono punti. 
La luce è, dove sempre la si vede. 
Una foto 
Una foto tutta per lui…



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Foto di Alessandro Fontani

martedì 6 gennaio 2015

Da 1000 a 4000 battute spazi inclusi "Dai fili d'erba affiorarono i ricordi.."

"Dai fili d'erba affiorarono i ricordi..."
   
Una città oltre Oceano, un appartamento in grattacielo, di cui non riusciva a immaginarne l’aspetto, l’attendevano. 
Erika sedette, bevve acqua di pozzo dal bicchiere , addentò la metà di un’albicocca matura. 
Dai fili d’erba affiorarono ricordi. Non avrebbe avuto altro momento dopo quello per riviverli lì, dove erano nati. Ad occhi aperti, annusando l’aria, prese confidenza col passato, stoppò il presente, rallentò il futuro…

…sentì l’odore di caffelatte appena fatto, di pane tostato, mischiato al fumo di legna bruciata nella cucina economica, sempre accesa, in tutte le stagioni, perché come sentenziava nonna Egle, nessun fornello a gas o forno di ultima generazione potevano competere nella cottura de "le su’ stiacciate coi lardo, la su' ribollita e su' polli arrosto colle patate”, che solo per non sentirsi troppo in colpa al momento dell’eccidio, evitava di dargli un nome di battesimo.  
…dalla finestra senza imposte vide la luce del giorno entrarle in camera, disturbarle il sonno delle vacanze, decidere con lei la lunga giornata: una corsa fino al ruscello, metterci i  piedi in ammollo, la sosta al ciliegio di Simone, la coppetta gelato alla bottega del paese. 
Un giorno mettendo tutti in apprensione lei e Simone tornarono a buio, senza un perché preciso, solo per il gusto di trasgredire, quasi un dovere per l'età del crescere. 
Nonno Dante non le disse nulla. Per due giorni si scordò di avere una nipote. Lei accusò, insieme a lui tacque...
 
Sorrise Erika, si pianse un poco, si volle bene, come da tempo non le accadeva. 

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Foto di Vaelntina Canuti