martedì 30 ottobre 2012

Impressioni in penna..."L'equipaggio dell' Emme..."




Le mie “impressioni in penna” nascono dal desiderio di far migrare nella scrittura quello che l’anima ha visto, digerito, rielaborato. Perché a modo mio resti…



Impressioni in penna " L'equipaggio dell’Emme…"

Dopo un Rally di Reggello “raggelante”, ce l’abbiamo fatta. Scrivo “ci” perché dietro all’equipaggio “de noiattri”, c’è un gruppo di gente che sostiene, foraggia (proprio nel senso del dar da mangiare…), si divide su più prove a fare il tifo, è presente ed efficiente al bisogno quanto basta, condivide in leggerezza o in affanno, sempre e solo per affetto.
Questo è quello che c’è dietro al neo equipaggio Massimiliano Milli/ Maurizio Nassi, “L’equipaggio dell’emme”, novant’anni in due, due belle teste adulte e pensanti, che si ascoltano a vicenda con fiducia e stima, che sanno dove possono arrivare oggi, a cosa potrebbero mirare domani.
Intanto, per questo 36° Rally di Maremma, hanno messo piede e posteriore su di una Renault Twingo R2 B, portandola alla pedana d’arrivo senza un graffio, straboccante in compenso della loro emozione; quella di Maurizio per essere tornato a navigare dopo una pausa di quattro anni, quella di Massimiliano, che nonostante i riconoscimenti accumulati su pista, ha voluto confrontarsi nei rally.
Di tempi, assetti, gomme e note, non parlerò, rivendico la mia incompetenza, arrogandomi invece senza votazioni, il ruolo di “addetto stampa dell’anima in rally”, scrivendo, come altre volte ho fatto, solo il “sentito”.
Così li abbiamo seguiti, Massi e Mau per noi intimi, dalla partenza alla fine, fotografandoli in più pose, filmandoli in più riprese; con i caschi ben allacciati sulla testa e l’adrenalina a scuotergli le ossa alla partenza sul palco sabato sera, con la soddisfazione sul volto e una “papalina” in testa ( fatta per tutti noi all’uncinetto da Carla, con i colori del gruppo Rallisti in Toscana di cui facciamo parte), sulla pedana d’arrivo domenica sera, con la pioggia battente e un freddo polare.
All’arrivo me li sono abbracciati forte, lasciandomi andare all’immenso piacere del commuovermi nelle loro facce stanche illuminate dal brillio dei loro occhi.
Trattamento che riservo agli amici stretti, che va ben oltre una gara, ben oltre una passione, ben oltre l’essere stata coinvolta perché ritenuta necessaria.
Squadra vincente non si cambia! E se lo diciamo senza aspettarsi di vincere nulla, figuriamoci dovesse accadere.
A proposito, mi pare si siano piazzati in classifica….ma questa è un’altra storia…


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Massimiliano Milli pilota, Maurizio Nassi navigatore

 




martedì 23 ottobre 2012

Pennellate di parole "Camilla non se ne accorse..."






Filippo Palizzi Fanciulla sulla roccia a Sorrento1871 olio su tela
 Conservato presso la Fondazione Internazionale Balzan di Milano
 




 Camilla non se ne accorse…


“Una stella per i tuoi pensieri?...” -disse Giacomo- prima che Camilla riconoscendone la voce si voltasse.
 Giacomo attese. E quando lei fu nei suoi occhi, le notò la solita assenza nello sguardo. Era abituato Giacomo, a quel non esserci di Camilla e senza farsene un cruccio le andò incontro, con un sorriso e due baci da stamparle sulle guance. Camilla restò ancora nel suo vuoto e poi d’un tratto lo strinse forte a sé, affondandogli  il viso tra il cuore e le costole, respirandogli la pelle di sale e salsedine, che sotto la camicia appena sbottonata si lasciava annusare.
 Giacomo baciò la testa biondo grano di Camilla, nella remota speranza che lei poi, gli porgesse le labbra. Non avvenne. Si staccò invece. E senza chiedergli nulla lo lasciò sotto la veranda dove era venuto a cercarla e a piedi nudi prese il sentiero di sabbia costeggiato da cespugli di mirto che dalla casa portava alla baia rocciosa.
Fu normale per Giacomo rimanere lì, da solo. Sarebbe rimasto sorpreso se fosse accaduto il contrario.
Senza fretta si arrotolò i pantaloni fino alle ginocchia, tolse scarpe e calzini e la seguì, da non troppo vicino. Un nutrito coro di cicale faceva da sottofondo a quell’afoso pomeriggio di metà luglio, e se il passo di Camilla sembrava avanzare sul sentiero da quello sospinto, l’orecchio di Giacomo avrebbe preferito che il coro si acquietasse.
La linea dell’orizzonte in lontananza, la riva battuta dalle onde, si avvicinavano. Camilla non volle raggiungerle e deviò il suo cammino verso la parte rocciosa della costa, arrampicandosi carponi sullo scoglio più alto, da dove ogni dettaglio di mare si dominava. Si distese a pancia in giù e appoggiando l’esile corpo sui gomiti, contemplò. Giacomo intanto l’aveva raggiunta,  ma non salì con lei. Restò in disparte guardandola. L’amava, l’aveva amata sempre, di un amore bambino fattosi ragazzo, diventato uomo. Senza mai dichiararsi con lui sarebbe invecchiato. Si pianse dentro Giacomo e nel silenzio dell’abitudine prese la via del ritorno.
Camilla non se ne accorse…



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mercoledì 17 ottobre 2012

Da 1000 a 4000 battute spazi inclusi "Ho preso la scala"




Ho preso la scala


Ho preso la scala, quella di ferro, con gli scalini larghi e il corrimano su ambo i lati. Ne ho sollevato da terra la parte anteriore, in modo che le ruote poste dietro, scivolassero sul pavimento fin dove io volevo. Sono salita in cima sull’ultimo gradino, per venire a trovarti. Non lo facevo da così tanto tempo che ho faticato a ricordare dove tu abitassi, in questo condominio di appartamenti tutti uguali.
Tu, sorridi. Sei seduto sulla fila di mattoncini rossi messi di taglio, che compongono la base del caminetto del soggiorno. E’ in ceramica l’immagine che ti ritrae, la copia di una foto scattata con la Polaroid. Non ricordo se fui io a scattarla, né quando mi regalasti la Polaroid. Non eri uno a cui piaceva far regali e se li facevi preferivi momenti non sanciti da date. L’originale di questa foto l’ho tenuta per tanto tempo nel mio portafoglio, fino a quel giorno che mi rubarono la borsa e tutto ciò che conteneva e siccome le Polaroid non avevano rullino, nessun negativo potrà mai restituirmene una copia. Mi devo accontentare di ricordarmela a memoria, perché qui non vengo mai.
Nelle mattine che faticano a partire e il pensiero delle ore in arrivo è così peso da non potersi pensare, è su questo ritratto che vado, dando inizio all’ennesimo monologo, accarezzando ogni volta l’idea di trasformarlo in dialogo con te. Non succede mai e ancora rimango in attesa; che tu trovi un modo per rispondermi, che tu mi dia un segno che mi stai ascoltando.   
Non è arrivato nessuno dopo di me, nessuno mi ha chiesto la scala.
Sono trascorsi tanti anni ma ancora raccontare di te mi è difficile e nelle rare occasioni in cui incontro qualcuno per cui valga la pena togliere il lucchetto al cancello dell’anima, inizio sempre dicendo:  “…la mia vita si snoda tra un prima di lui  e un dopo lui…”. Ma del prima si vanno sfuocando le immagini, si fanno echi lontani le parole. Il dopo è lungo, racchiude la mia giovinezza, si è allungato nella maturità e nella vecchiaia va proiettandosi, se avrò la fortunata di averne una.
A te chiedo soccorso, a te rimetto la fede che non ho. Da te vorrei  ascoltare  un consiglio, accettare un ammonimento. E invece mi arrabbio, fino ai singhiozzi incontrollati, stizziti, e fuori di me t’ impreco, perché non ti perdono di non esserci, nel mio qui, nel mio ora.
Si sono fatti bianchi i miei capelli e le rughe del volto si lasciano contare. Ho ceduto il diritto ai malumori di prendersi cura di me; smettere di contrastarli mi rende più forte. Quando te ne andasti ero alle fondamenta. Un geometra capace e un attento muratore, avrebbero potuto costruire su quelle, una dimora robusta e gradevole. Per anni mi sono sentita incompiuta, appoggiata sul tufo, sull’argilla, e più avrei voluto essere e meno ero. Assomigliarti, nell’intelligenza, nell’intuito, nel saper guardare oltre, nell’impegno che mettevi per raggiungere un obbiettivo. L’ultimo lo hai mancato. Da tempo pianificavi di ritirarti dagli impegni di lavoro più pesanti, lasciandoti giusto quelli che ci avrebbero permesso di vivere dignitosamente, senza sprechi. Pregustavi le giornate nell’orto, a dar di vanga e di zappa, a condurre il  trattore tra ai filari del vigneto, fiero del nettare che ogni anno ti rendeva. In quel luogo eri felice e io non ho saputo preservarlo a nome tuo. Troppo giovane, inesperta, inadeguata nell’impresa.

Il corridoio rimbomba di passi, qualcuno verrà a chiedermi la scala, ci sono così tanti alloggi in questo condominio. I passi si fermano, resterò ancora un minuto poi vado.
A casa, seduta alla tua scrivania, scriverò di questo nostro incontro. Sapessi com’è liberatorio far migrare le emozioni dall’involucro del noi al foglio virtuale del pc. Ne saresti fiero, ma forse dovrei domandartelo: Ne sei fiero?...
Vado, scendo, rimetto la scala dov’era. Nel tralcio di rosa di ottone invecchiato che adorna l’ingresso di casa tua, lascio una pergamena arrotolata. Ci ho scritto delle frasi di canzoni, parole non mie ma che meglio delle mie sanno.

 “…ho messo via un po’ di cose… ma non capisco mai il perché io non riesca a metter via te…”
“..lo vedi, sono stanco, come se fossi in viaggio da sempre, mi manchi tu e arranco, lungo le strade così inutilmente… e certi giorni non certi per niente…”

Ciao babbo, tanto domattina ci risentiamo di nuovo


  

( Menzione d'Onore al Concorso "Un verso per salvare una vita"  indetto dal Club dei Cento di Torino)


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