martedì 26 settembre 2017

Impressioni in penna... In arte Nino



Le mie impressioni in penna nascono dal desiderio di far migrare nella scrittura, quello che l'anima ha visto, digerito, rielaborato. Perchè a modo mio resti...



Elio Germano non delude mai. Lui non esiste più quando fa esistere un altro E così è stato anche ieri sera per "In arte Nino". Nino Manfredi era lì, con noi, presente, in fisicità, voce, accento, gesto, espressione, Con quel suo camminare quasi fosse a un palmo da terra, con quella postura un poco storta, con il collo piegato da un lato e quel mezzo sorriso anche nel peggio. Elio non c’era, Nino si. Ha ragiona Luca Manfredi quando dice che se non fosse stato Elio ad interpretare suo padre, il film sarebbe rimasto in un cassetto. Impossibile dargli torto, non poteva essere altrimenti. Elio Germano, ci consegna la leggerezza dell’uomo Saturnino, prima di quella dell’attore Nino. Un’interpretazione unica, senza sbavature, in cui mai sovrasta il personaggio, ma "è" personaggio. Elio Germano possiede la capacità camaleontica dei grandi, sa essere per far vivere, in questo caso ri vivere. Domani sarà altro e dopo domani un altro ancora. 

Mestiere di vero attore.


giovedì 14 settembre 2017

Da 1000 a 4000 battute spazi inclusi Corto per de Giovanni e il suo Ricciardi



Eppure quell'odore di sugo, quelle donne che si scambiavano ricette antiche per il pranzo di festa prossimo, lo riportarono al passato.

"Il passato mi irrompe dentro"- pensò, chiudendo un poco gli occhi, serrando la mandibola, digrignando i denti- 
Una tavola apparecchiata con il servito buono, la zuppiera di porcellana di Caserta fumante di maccheroni, con la "cucchiaia" appoggiata sul manico. Non sarebbe stata domenica, non sarebbe stato pranzo, senza quel sugo, rosso di pomodoro, carico di macinata tagliata grossa, che con i maccheroni rigati s'imparentava. Non sarebbe stata domenica senza di lui lavato, pettinato, profumato di borotalco, in attesa che il padre Alfonso, per primo prendesse posto a capotavola, mettesse il tovagliolo dentro il collo della camicia, gli facesse cenno battendosi la mano sul ginocchio, di andargli in braccio. 
"Mammà servi, che qui teniamo fame!" 
Con l'amore nel passo e nello sguardo, consumato solo qualche ore prima, mamma Elvira serviva. 

Un quadro, un'immagine precisa, netta, senza nessuna sbavatura: 
Questo era il passato che dentro, ora, gli irrompe.


mercoledì 13 settembre 2017

Impressioni in penna... Siate ribelli, praticate gentilezza di Saverio Tommasi



Le mie impressioni in penna nascono dal desiderio di far migrare nella scrittura, quello che l'anima ha visto, digerito, rielaborato. Perchè a modo mio resti...


Caro Saverio, oggi mi son praticata la gentilezza di passare il pomeriggio a leggerti. Anche questa è una ribellione: al lavoro al pc che aspetta, ai panni da stendere, a quelli da stirare, a gli impegni fuori casa rimandati e persino alle telefonate di rito a mia madre, che, ahimè, va monitorata da lontano. Praticare ribellione per farsi gentilezza… Che meraviglia! Come vedi le parole e i concetti, uno li adatta alla sua pelle. Ti ho letto pensando a te che ti leggevi, con il volto sorridente che hai nei tuoi video, qualsiasi sia l’argomento trattato, con la voce “tonda”, con la velocità ma ca den za ta, che ti contraddistingue quando parli . Ho durato un po’ ehhh… poi son tornata in Giovanna, e come Giovanna ho proseguito. Caro Saverio, questa ripetuta paura della morte, mi fa tenerezza. Anche io ci penso spesso, non è tanto l’invecchiare che mi preoccupa ( e sono già un pezzo in là rispetto a te), ma come la morte mi troverà e se ciò che più o meno avevo messo in conto di fare, sarò riuscita a farlo. Ma si dai, invecchieremo e bene ! Siamo di quelli che, ognuno a suo modo, han di dire e da fare, da seminare passione e…Però caro Saverio, questa cosa della paura di morire ti rende normale, ti rende umano, ti rende fragile. Tu che continuamente ti esponi, tu che stai sempre dalla parte del meno e del diverso, tu che rischi per diffondere un punto di vista dell’altro, SPECIALE. Caro Saverio, hanno fatto bene a proporti di scrivere questo libro, con questa modalità: lettera, diario aperto, testamento in vita, non credo che altrimenti tu lo avresti scritto. Forse mi sbaglio, ma la sensazione è questa. E invece pensa che regalo per Caterina e Margherita, trovare le parole del babbo da rileggere al bisogno, da risentire in orecchio e cuore, da rivedere nei ricordi. Ogni tanto anch'io a mia figlia scrivo lettere, gliele consegno persino su wap, (di nascosto le stampo e metto via), un po’ perché in questo modo non può contraddirmi, un po’ perché non sempre c’è il tempo per esprimere tutto quel tanto che uno vorrebbe consegnare di se di stesso. La mia “figliuola”, va i per 23, ma il giochino è sempre buono, almeno per me, per lei magari una rottura, ma chissà, magari col tempo, in un dopo, apprezzerà. Caro Saverio, a volte mi chiedo davvero come fai a portare avanti il tuo lavoro. No, sbaglio, volevo dire mi chiedo come fai a portarlo avanti nella maniera in cui lo porti e lo fai. Potrebbe essere per pochi e non per tutti e invece tu lo rendi per molti e per di più. Caro Saverio, a un certo punto nel libro c’è un passaggio che mi ha fatto venire in mente il testo di una canzone di Lucio Dalla: “…E una valigia in mano, con la bici da corsa e gli occhiali da sole…” Caro Saverio, non so cosa si aspettassero i lettori dal tuo libro, io non avevo aspettative particolari, se non quelle di ritrovarci te non in video e in audio ma in scrittura, così come il realtà ti ho trovato, semplice per i semplici e per i complicati. Cara Caterina, cara Margherita, che fortuna sfacciata! Il babbo racconta di se tramite voi, voi che sarete un po’ lui tramite i suoi racconti. Caro Saverio, continua a ribellarti, anche per chi non ha il coraggio di farlo, per chi non vede dove c’è da vedere, non sente dove c’è da sentire, perché possa provare a vedere e sentire dove non lo ha mai fatto. Caro Saverio, ti saluto e grazie. Il libro l’ho letto, le mie impressioni in penna te le ho scritte. Che dire?... Son contenta! 
Con stima e affetto


sabato 9 settembre 2017

Impressioni in penna... Palazzuolo sul Senio, il Museo delle Genti di Montagna

Le mie impressioni in penna nascono dal desiderio di far migrare nella scrittura, quello che l'anima ha visto, digerito, rielaborato. Perchè a modo mio resti...




Quanti anni sono che frequento Palazzuolo sul Senio?... Tanti. Troppi, se penso a quanti ne avevo la prima volta che vi ho soggiornato e quanti ne ho adesso…meglio sorvolare

Fu subito amore, io, fiorentina di nascita, che mai di questo paese in provincia di Firenze a dialetto romagnolo, avevo sentito parlare. Tutta colpa di un ragazzo diventato poi marito, che di cognome fa Galeotti, figlio di Guerrino, nipote di Vittorio, meglio conosciuto come Michele, che di Palazzuolo sul Senio all’inizio degli anni ’50, fu anche Sindaco. Michele e Dina, abitavano a Neviglio, con 13 figli, tanta miseria, tanta fatica, ma una dose esagerata di dignità e onestà. Sfollati a Firenze quasi alla fine del secondo conflitto mondiale, tornarono a Palazzuolo a PIEDI! Pur di riappropriarsi delle poche cose rimaste, pur di riprendere a vivere lì, dove tutto era cominciato.

Ad agosto del 1983, risale il mio primo soggiorno palazzolese, in tenda, al Campeggio Visano, quello del Baracani, ora diventato dopo diversi passaggi di mano, Camping la Sorgente. Ricordo, anzi ricordiamo, visto che fu la prima vacanza a due, che piovve quasi incessantemente tutta la settimana e questo, tra le altre cose che vi lascio immaginare, fu un ottimo motivo per tornarci.

Palazzuolo sul Senio, un gioiellino di montagna adagiato in una conca, circondato dai morbidi crinali dell’Appennino Tosco Emiliano. Che spettacolo quando il suo borgo medioevale si rianima di evo ogni anno, durante un weekend di luglio! Un tempo i weekend erano due, ma si sa le cose cambiano e non voglio entrare in merito.

Palazzuolo sul Senio, con il fiume a dividerlo, con le case affacciate sulle sue rive, con i germani che ancora ci sguazzano, con qualche canna e pescatore in speranzosa attesa e le famiglie con coperto e coperte, che a tempo buono si ritrovano sulle sue sponde.

Dopo la tenda, una figlia, ormai donna, un tot di anni in cui per nessun particolare motivo lo abbiamo abbandonato ma non dimenticato, un ritorno, proprio questa estate. Parcheggiamo il camper nel parcheggio a ridosso del bosco, davanti alla piscina comunale, altro luogo a misura di uomo, immersa nel verde, alternando camminate sui sentirei segnalati o segnalati un po’ memo, ( una volta ci siamo quasi persi, santo google maps installato sul cellulare, ci ha salvato), a giornate di relax in piscina, tra un libro, un bagno, un pisolino e incremento di abbronzatura di non guasta mai. Spesa in paese, formaggio del caseificio locale, caffettino, gelato e qualche sfizio se capita, durante “le vasche” serali, prima che il sonno abbia la meglio. Certo, non nascondo che una volta c’era molta più gente, che si faticava a trovare un tavolino ai bar per consumare, o si aveva l’imbarazzo della scelta per godere della cucina tipica. Ma in questo, non voglio entrare in merito.

Ebbene lo ammetto, lo ammettiamo: la visita al Museo delle Genti di Montagna ci mancava. Ma quest’anno abbiamo sopperito alla mancanza, dedicandogli una mezza mattinata per la conoscenza. Palazzo dei Capitani, location ad hoc, un percorso ben delineato, semplice ed esaustivo allo stesso tempo, racconta il paese, la sua gente, le sue difficoltà, ma soprattutto racconta la storia locale di un epoca, di un preciso territorio, cosa estremamente importante se si vuole tramandare e conservare la MEMORIA di un luogo oltre se stesso, oltre la sua trasformazione.

Così leggiamo, vediamo foto di volti antichi e oggetti di antichi mestieri, entrando in contatto, arricchendoci, come sempre avviene. L’Italia è ricca di paesi come Palazzuolo, di piccoli musei locali che tanto hanno e tanto danno, di realtà che con forza, costanza, nonostante lo spopolamento, provano a continuare a vivere, reinventarsi, rinnovarsi.

Noi, amanti di borghi e di storie da andare a scovare, non manchiamo mai, nel nostro girovagare quando ci è possibile, di soffermarci il più possibile all'interno di queste, per viverle nel loro quotidiano.

Museo delle Genti di Montagna, pensato, voluto, continuato, dal Signor Tonino Poli prima, dal Signor Alvaro Bernasconi poi, come mi dice, aiutandomi con i nomi e le info che mi sfuggono, il pazzuolese Luciano Grifoni.


Prossimo appuntamento: sagra dei marroni.

Restiamo in contatto sul gruppo Noi Palazzuolesi

ps: per chi per caso, avesse letto un po’ di tempo fa il racconto Rocca Montorsa, dedicato a Palazzuolo e alle feste medioevali…son sempre io.

Con affetto
Artigiana scrittora Giovanna
 
 
Palazzo dei Capitani foto di Marco Galeotti 

Museo delle Genti di Montagna foto di Marco Galeotti 

Museo delle Genti di Montagna foto di Maro Galeotti 

Museo delle Genti di Montagna foto di Marco Galeotti 

Museo delle Genti di Montagna foto di Marco Galeotti 









sabato 6 maggio 2017

Pit Stop Scrivere e riscrivere ( riflessione da un articolo di Luigi Maiello)




Scrivere nel tempo, rileggersi. Ritrovarsi spesso, far fatica a riconoscere che tutto ciò lo abbiamo scritto noi, in un "fa" andato. Succede, mi accade. Certe volte ritrovo pagine che avevo rimosso, salvo poi rimanere piacevolmente sorpresa, di averle scritte io. 
Altre ancora le rinnego, le rivolto, le....butto via! Si, ebbene si, ne sono capace: evidenzio, cancello. Dicono i fotografi veri, che si deve essere capaci di farlo anche con le fotografie: eliminarle. 
Che sia segno di tranquillità con se stessi e con il nostro modo di creare? Può darsi...
La cosa più emozionante in assoluto. è quando però mi rileggo e mi commuovo di nuovo, ancora, del mio operato, senza che nessuno mi veda mi beo. Ecco, quando capita questo, capisco che la scrittura è...il mio artigianato! Come il legno per il falegname o la stoffa per il sarto. 
Si scrive per essere letti, facciamocene una ragione. Quelli che sostengono che si scrive solo e soltanto per se stessi, mentono. L'inizio, la genesi, di ciò che si scaraventa sul foglio virtuale, può essere anche quella, ma il proseguo, vuole, esige, il lettore. Non a caso la rete pullula fin troppo di piattaforme, concorsi e concorsini, per aspiranti scribacchini vogliosi di essere letti. 
Riflessioni, diari messi in rete, racconti, incipit di ipotetici romanzi. Chiudere il cerchio? E perché mai?..Ognuno prosegua con la sua "immagine", il suo storellyng ( non ricordo mai se si scrive così) che in fondo, lasciare "segni" che altri interpretino e proseguano a loro sentire, significa essere entrati in altri panni: Sensazione stupenda...


Scrivere e riscrivere come in una rituale imperfezione