mercoledì 8 marzo 2017

Da 1000 a 4000 battute spazi inclusi Due valige


C’è odore di pranzo, la finestra è aperta a libro, la cappa aspirante sopra ai fornelli gira al massimo. Fa rumore, disturba il silenzio prima del rientro.
Marzo porta luce, le giornate allungano e il giardino di casa esposto a nord, s’illumina dei primi raggi di sole.

Celeste in cucina si muove piano, cadenza i passi. Conosce a memoria quanti ce ne sono dal piano cottura al frigo, dal frigo alla dispensa, dalla dispensa al lavello.
Andamento lento, per un solito tram tram quotidiano. Manciate di pensieri uguali ogni volta , lo accompagnano. Sul fornello grande ha messo la pentola con l’acqua per la pasta, alza il coperchio, aggiunge il sale. Oggi ha apparecchiato sul tavolo tondo di cristallo, quello dei pranzi importanti, delle ricorrenze, degli inviti. Sulla penisola in muratura dove lei e Paolo mangiano di solito, appoggerà le pietanze cucinate, il tagliere del pane, i piattini per il dolce e le tazzine da caffè. 
Oggi è’ mercoledì, giorno di spesa. In soggiorno le borse del supermercato stazionano piene del loro contenuto, ben oltre il dopo pranzo. Compito uggioso quello di riporre la spesa, ogni cosa ha il suo posto in posti diversi. Celeste a far spesa si perde: s’incanta davanti agli scaffali, agguanta e ripone svogliata la merce, la getta alla rinfusa nel carrello.
Nel soffritto sfrigolante aggiunge la polpa di pomodoro, gira con il mestolo di legno, abbassa la fiamma, aggiunge un pizzico il sale e 160 gr di spaghetti n°5. . Deve stare molto attenta che non scuociano, Paolo è esigente, mugugna tutto il pranzo se lo spaghetto è passato di cottura.
La chiave gira nella toppa, è lui che rientra, i tempi sono stati rispettati.

Marzo porta luce, le giornate allungano e il giardino di casa esposto a nord, s’illumina dei primi raggi di sole.
Nel bagagliaio dell’auto di Celeste, due valige. 

 

sabato 25 febbraio 2017

Pennellate di parole... Ballo



August Renoir 1876 Bal au Moulin de la Galette


Che giornata fu quella, anche oramai che la testa si è incurvata nelle spalle, la ricordo....

"Leggera, soave, sognatrice", cosi Gerard mi definì sussurrandomelo nell'orecchio. Mi feci rossa dal volto alle mani, sorrisi.
Tre mesi dopo saremmo fuggiti di notte, a bordo di un battello.
L'argento della Senna e Notre Dame alle spalle, furono gli unici nostri testimoni.

giovedì 16 febbraio 2017

Pit Stop Primavereggia...


La primavera scalpita. In realtà non è ancora tempo suo ma il cielo, il sole, e le temperature tiepide, consegnano il contrario. Finestra aperte sulla campagna. Mi disturbano i rumori di auto che sfrecciano su strade secondarie. Mi allieta il tubare delle tortore in anticipo. Ho ancora torpore invernale addosso, che nulla spartisce con questo anticipato risveglio di natura. Sotto questa cortina di apatia, provo a mettermi in moto, o almeno ad alternare movimento del fare a quello dello stanziare.
Leggo il post scritto un anno fa in data di ieri:
 
“Basterebbe lasciarsi andare.
Staccare un piede poi l'altro o insieme, portare il busto in avanti, serrare gli occhi, non volare ma tonfare… “

 
Continua tosta la scrittura, oggi fino in fondo non lo sento. Rileggersi a distanza ascoltando se gli umori son sempre gli stessi, ciclici, o mutano, si spostano, avanzano, arretrano, scompaiono. Si cresce, sempre, anche quando ci si incurva, si prova a arrotondare gli spigoli, a non soffiare sul fuoco, a lasciar decantare per capire se vale la pena incaponirsi. Si migliora?
Non lo so.
Si cambia
 


Non le avresti potuto togliere niente, di quell'organizzato caos che la contornava. Sarebbe stato come un annullarne i pensieri, le forme della sua creatività, il modo preciso e suo, di essere padrona di quel caos. Persino il modo di stare seduta a metà della seduta, con la schiena dritta ma non appoggiata, ne avrebbe risentito. Mi ero fatto spazio nella stanza, quanto bastava per una tela di piccole dimensioni sull'altrettanto piccolo cavalletto, e un contenuto appoggio per il bicchiere dell'acqua dove immergere il pennello e la vaschetta del nero, unico colore da impiegarsi.
Non volli mai che a me volgesse lo sguardo. 

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martedì 24 gennaio 2017

Da 1000 a 4000 battute spazi inclusi Adele (dedicato)

La casa calda, il caminetto acceso, la fiamma che s'allunga su per la cappa, la legna che lentamente brucia. Il paradiso, la serenità, il massimo insperato, dopo mesi trascorsi nella paura, nel gelo, con la neve che copriva i cartelli stradali, con le strade inagibili,con il silenzio, il silenzio dell’abbandono.

Gli cadevano gli occhiali dal naso ad Adele, era un continuo riposizionarli, ma questi inevitabilmente scendevano, fino a cadere in terra, se lei si piegava di scatto senza reggerli. "Tutta colpa di questa montatura vecchiotta, vecchiotta quanto me"-Adele sorridendo, si diceva- Le stanghette si erano allargate e anche la forma dell'occhiale non era più dritta, guardandosi allo specchio si notava bene. Unico punto a loro favore: le lenti, infrangibili, sempre della gradazione giusta per i suoi occhi. “Ne vale la pena Adele, io non ne farei un paio nuovi, basta rimetterli in forma, ripulirli, le lenti sono buone, risistemarli non ti costerà mai quanto farli nuovi.” E con questo consiglio/affermazione dell’amico fraterno e ottico di fiducia, Ernesto, Adele aveva definitivamente riposto l’idea di mandarli in pensione. 
“Domani passo e aspetto che tu li sistemi, Ernesto." Ma quel domani, non era mai avvenuto.

Per Adele tre stanze, un piccolo appartamento in uno dei paesi vicino al suo, ma miracolato dal sisma, messo con generosità a disposizione da Emma e Franco, due coniugi toscani, che durante una vacanza molti anni prima, s'innamorarono all'unisono di quel paese di alto piano, con le vette a un passo da andarci in un’ora, con le passeggiate da farsi sui crinali, o nella valle, per tempo e chilometri che fiato e gambe, a seconda della giornata, permettevano.

Dopo le prime settimane di caos fisico e mentale, di panico che non mollava, di rassegnazione che non voleva subentrare alla rabbia, Adele aveva trovato una sola ragione per darsene ancora una: leggere pagine ai suoi compagni di sventura.
Quando Alessandro, uno dei primi vigili del fuoco presenti in quell’alba di macerie, l’aveva accompagnata dentro casa perché prendesse, nei pochi minuti concessi, qualche effetto personale, qualche ricordo, qualcosa che solo per lei contasse, Adele già sapeva: libri. E non le fu difficile trovarli. Appena Alessandro, con l’aiuto di un collega, ebbe forzato un poco la porta per entrare, il pavimento dell’ingresso ne era cosparso. La grande libreria, posta proprio nella parete davanti alla porta, era venuta giù, tutta intera, con il suo contenuto. In mezzo a quella disperazione di dimora violata, Adele non ebbe dubbi, non ebbe ripensamenti, né rimpianti. Delle due valige ricevute al campo, una la riempì di libri. Raccolse i migliori, o almeno quelli che alla prima occhiata così le sembrarono, alcuni li riconobbe dalla copertina, altri ci soffiò sopra per togliere il grosso della polvere, altri ancora li raccolse perché questi, a lei, si consegnavano. Il vigile del fuoco, davanti a quella donna tanto anziana quanto determinata, che senza proferire parola, senza un attimo di smarrimento, riempiva la valigia di parole, non provò a dirle che forse avrebbe dovuto, che forse sarebbe stato meglio se…Con lei si chinò, con lei raccolse.

“Adele, la nonna lettora dei terremotati”, titolarono le pagine dei giornali, con enfasi e ridondanza, scrissero gli articoli. Lei, per quel suo fare con naturalezza fatto, non avrebbe voluto.

Chi l’ha ascoltata, con lei ha riso, ha pianto, è rimasto con lei dentro quegli attimi silenziosi che accompagnano la fine di una storia narrata, dentro quel lasso di tempo che la realtà allontana, che l’immaginario, a volte vitale, avvicina. Chi ha vissuto Adele per quel tempo che lei gli ha dedicato, tace, socchiude gli occhi, risente la sua voce: nelle orecchie, nel cuore, nell’anima.
La casa calda, il caminetto acceso, la fiamma che s'allunga su per la cappa, la legna che lentamente brucia. Il paradiso, la serenità, il massimo insperato, dopo mesi trascorsi nella paura, nel gelo, con la neve che copriva i cartelli stradali, con le strade inagibili,con il silenzio, il silenzio dell’abbandono. 

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Impressioni in penna... Elettrocardiogramma di Leonardo Capuano

Le mie “impressioni in penna” nascono dal desiderio di far migrare nella scrittura, quello che l’anima ha visto, digerito, rielaborato. Perché a modo mio resti… 


Caro Signor Leonardo,
 

tirare fuori dal mio involucro queste "impressioni in penna”sul suo spettacolo, non è cosa facile. Da dove partire, che linea seguire, che sentito e trasmesso ascoltare?...Non lo so, forse dal fondo, da finale, da quell’attesa che resta in sospeso per un elettrocardiogramma che s’ha da fare? Oppure da meno della metà, quando il suo Lui consegna alla sua Lei, una delle più struggenti dichiarazioni d’amore ascoltata, una poesia in prosa, un atto d’amore in parole, che avrei voluto non finisse mai, che avrei voluto avesse dopo, una lunga pausa teatrale, che avrei voluto che lei, Signor Leonardo, ripetesse e ripetesse, così da piangerci un poco sopra, perché non ho avuto il tempo sufficiente per farlo, da piangerci di bellezza. “…Vorrei essere liquido, lacrima, così da poter evaporare…” Vede già mi sfuggono le parole precise, ma non mi sfugge l’emozione provata e che ancora dentro sento. Forse è stato proprio da quel momento preciso Signor Leonardo, che sono entrata nella sua storia, nel suo racconto non racconto, nel suo andare e venire da un luogo all’altro, da un tempo a quello dopo per tornare in quello prima. Insomma ecco le ho voluto bene, o meglio ne ho voluto a tutti quei Lei in lei racchiusi, portati con una maestria istrionica, sulle tavole del palcoscenico. Maestria che di rado s’incontra. Certo il suo elettrocardiogramma non è di facile “lettura”, c’è da ragionarci parecchio se si vuole, da rimuginarci anche di più dopo, per provare, tentare di spiegarselo. Intorno a me tanti ridevano, ridevano di gusto. Mi perdoni Signor Leonardo, ma io sono riuscita solo un poco a sorridermi dentro, sa quel sorridere amaro che chiama la tenerezza a venirgli in soccorso? Ecco, quello. E allora mi sono persa col mio volto serioso nel suo mutante, senza tregua, senza resa, immergendomi in quel caos di pensieri, di corpi, di espressioni, che sembravano non sapere il dove, il quando, il fine, sapendolo invece benissimo. Il medicinale che ogni cosa rimette al suo posto. Che pezzo meraviglioso Signor Leonardo! La ricerca dell’eterno equilibrio, per via di quella necessità, di quel dovuto sociale che ci vuole e ci impone sempre presenti a noi stessi, così in equilibrio equilibrati, senza sbavature ed eccessi, senza MALINCONIA. E allora la gamba va, vive, si muove, anche se il resto vorrebbe fermezza. Mi fermo, ho catturato su carta virtuale solo un frammento del tutto suo detto, trasmesso con forza, testa e cuore.
La ringrazio Signor Leonardo, spero di rivederla presto, o meglio, spero di “risentirla” presto.
Un saluto
Giovanna 

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